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LE ORIGINI DELL'OLIO

 

La pianta dell’olivo ha origini antichissime: reperti archeologici del neolitico attestano la presenza di olivi ed il relativo uso dei suoi frutti già nel terziario. Da un punto di vista geografico, la coltivazione dell’olivo affonda le sue origini nel lontano Medio Oriente, per poi estendersi a tutto il bacino del Mediterraneo.

 

Possiamo con più precisione affermare che l’olivo è apparso nella zona meridionale del Caucaso, ad ovest dell’altopiano iranico; di qui si è diffuso in Mesopotamia, successivamente. in Egitto e in Palestina, nelle isole del Mediterraneo, a Creta, a seguire in Grecia e quindi in Italia.

 

Circa 6000 anni fa, nel Mediterraneo Orientale, sull’attuale costa siro-palestinese, già alcune comunità di agricoltori cominciavano a scegliere le varietà con un criterio specifico e non casuale. I primissimi frantoi risalgono intorno al 5000 a.C. in Siria e in Palestina. Molte popolazioni della Palestina erano dedite all’olivicoltura, ma quella cui più se ne curò fu la tribù dei Filistei, i quali hanno lasciato resti di strutture di grandi dimensioni per la lavorazione delle olive. In Israele sono stati rinvenuti mortai di pietra, risalenti anche al V millennio a.C. in cui le olive erano ridotte in poltiglia attraverso la forza delle braccia. La pasta ricavata, veniva poi pressata attraverso attrezzi costituiti da rami d’olivi intrecciati e pietre sovrapposte, la cui forma ricorda i nostri fiscoli (in corda o più recentemente in fibra di rayon).

 

Tale radicamento della cultura olearia in quest’area mediorientale è attestato anche da altri reperti storici emblematici. Nel Museo dell’olivo di Haifa, piccoli mortai e presse, testimoniano l’esistenza di una produzione olearia già nel quinto millennio prima dell’era cristiana. Stupefacenti sono inoltre i ritrovamenti nella città filistea di Ekron, dove sono stati scoperti cento complessi di torchi per olive, che se messi in produzione, potevano rendere 500 mila litri d’olio l’anno: una quantità eccezionale, soprattutto se si valuta che questi reperti risalgono all’IX secolo a.C.

 

Mortai di pietra, datati anche al V millennio a.C., in cui le olive erano ridotte in pasta attraverso la forza delle braccia, sono stati ritrovati in Israele. Recipienti costituiti da rami d'olivi intrecciati e pietre sovrapposte, la cui forma ricorda l'attuale fiscolo in corda, utilizzato per pressare la pasta d'olive macinate. La più ragguardevole presenza d'olivi in Palestina era, ed ancora oggi rimane; quella degli alberi situati nel luogo dove era ubicato l'orto del Gethsemani. Tuttora in quella zona ci sono otto olivi plurisecolari.

Ancor prima, intorno al 2500 a.C. il sesto re di Babilonia Hammurabi, con il suo codice, controllava la produzione e il commercio dell’olio d’oliva nell’area della Mesopotamia detta anche della “mezza luna fertile”, che si estende tra i fiumi Tigri e ed Eufrate. L’olio in tale cultura assume così tanta importanza che il medico era chiamato “asu”, cioè “conoscitore degli oli”.

 

Gli Egiziani riconoscevano a questa pianta un’aura di sacralità, apprendiamo infatti che, intorno al 2300 a.C. le tombe dei faraoni venivano ornate con rami d’ulivo, come simbolo di vita e fecondità, infatti nella tomba di Tutankamen (morto nel 1325 a.C.) dei ritrovamenti dei famosi vasi a staffa usati dai cretesi per il trasporto dell’olio in Egitto, dimostrano ulteriormente la nostra tesi. Rami d’olivo sono frequenti nelle raffigurazioni funebri del faraone Akhenaton (1350 a.C.) e Ramses III, vissuto due secoli dopo, fece dono ai Templi, nel giro di vent’anni, di oltre 1700 ettari di oliveti. Allo stesso modo l’olio era usato per le imbalsamazioni dei defunti: a nessuno infatti era permesso varcare la soglia dell’oltretomba se non aveva il corpo cosparso d’olio di oliva. In un documento che testimonia la donazione al dio Ra si legge: ”Ho piantato ulivi nella tua città di Heliopolis con giardini e molta gente; dalle piante si estrae l’olio di prim’ordine per tener vive le lampade nel tuo sacro palazzo”.

 

Come non rivolgere lo sguardo, poi, alla civiltà cretese, sviluppatasi durante il II millennio a.C. parallelamente alle civiltà della Mezzaluna fertile, all’interno della quale, l’olivicultura fiorì al punto da costituire l’ossatura dell’economia locale. Nelle rovine del palazzo di Cnosso, il più celebre dei monumenti dell’antica Creta, è stata rinvenuta dagli archeologi la più antica documentazione iconografica riguardante l’olivo, raffigurato in un affresco fatto risalire a 3500 anni fa, oltre a ciò, anche immensi depositi pieni di enormi recipienti ceramici detti pithoi, adibiti alla conservazione del prezioso liquido, nonché cisterne pavimentali. In altri palazzi cretesi, ulteriori ritrovamenti ci segnalano la grande attenzione posta da questo popolo, rispettivamente a frutteti e soprattutto oliveti, come il libro maestro dell’amministrazione del palazzo, che ci fornisce notizie dei luoghi di produzione e di destinazione dell’olio prodotto, delle forme di pagamento relativamente al tipo di olio da vendere: si andava infatti dalle qualità più pregiate, fino all’olio di sansa che veniva cotta in acqua bollente. Gli oli inoltre erano suddivisi non solo in base al pregio ma anche all’utilità: i libri distinguono l’olio per uso alimentare, dall’olio per l’uso medicinale, ed ancora dell’olio per gli usi sacri, da inviare come offerta ai luoghi di culto.

 

Sempre nell’Egeo, sull’isola di Santorini, è stato rinvenuto uno dei più antichi frantoi, risalente all’età micenea: un marchingegno composto da una pietra concava, all’interno della quale venivano riversate le olive, e da una pietra convessa che, a mo’ di mortaio, le schiacciava. La pasta di olive poi veniva compressa in rudimentali fiscoli, che pressati, facevano fuoriuscire acqua e olio; attraverso la decantazione avremmo poi avuto l’olio.

La coltivazione dell’ulivo fu diffusa poi per le vie del Mediterraneo, in Grecia e a Roma, dai Fenici e dai Cartaginesi; passando così dal Medio Oriente all’Occidente, premesso che gli Etruschi possedevano già vaste piantagioni nell’Italia centro-settentrionale.